Attualità

Il suono del silenzio e l’omicidio squadrista di Willy.

“And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share
And no one dared
Disturb the sound of silence
“Fools” said I, “You do not know
Silence like a cancer grows”
-The sound of silece- Simon & Garfunkel.

Si sapeva sarebbe successo, era nell’aria, tutti conoscevano quei ragazzi e la loro voglia di picchiare.
Una violenza sorda e cieca ad ogni buon senso, un modo di esistere figlio di una società che sta lasciando indietro molti. Sono gli incapaci. Troppo limitati per integrarsi in un mondo che corre veloce, troppo arroganti per ammettere la sconfitta.
Un sottobosco dove nasce la rabbia, che striscia nelle buie coscienze di bestie senz’anima per poi esplodere incontrollata, mietendo vittime e lasciando lapidi.
Per anni un silenzio colpevole ha coperto il dilagare del malessere degli incapaci, persone che si sfogano riparandosi dietro lo schermo di un computer, nel migliore dei casi. Nel peggiore invece picchiando e uccidendo.
Sfogano i loro malesseri scagliandosi contro un nemico immaginario, fisicamente inesistente, ma a cui si può attribuire il volto dei più deboli, di chi non può difendersi o di chi ha paura di alzare la voce.
Abbiamo tutti una responsabilità per la morte di Willy, quella di aver taciuto, di essere rimasti a guardare per anni una fogna che ribolliva, mentre qualcuno prendeva la palla al balzo, e forte degli insegnamenti di un’ideologia nera e mai sepolta, instillava l’odio nelle menti più deboli.
“Le rivoluzioni si sono sempre fatte armando l’intero bassofondo sociale di rivoltelle e bombe a mano”, diceva Mussolini, “I voti si prendono armando l’intero bassofondo sociale di Facebook e di qualcuno da odiare” pensano oggi i politici di destra.
Il silenzio cresce come un cancro ed è una colpa, il fascismo non è morto, è più nero che mai. Il volto delle camice nere moderne però è diverso, più subdolo, meno riconoscibile. I più non hanno nemmeno il coraggio di definirsi fascisti, sono pronti a ritrattare tutto quello che dicono e scrivono, se colti sul fatto. Come bambini che rubano la marmellata.
Cosa aspettiamo allora a prendere coraggio? A buttare calce viva su quella fogna che ribolle. La calce della cultura, dei libri, dei valori morali.
Citando Leone Ginzburg : “Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale.” .
Se non rompiamo il suono del silenzio, però, quella di Willy non sarà l’ultima tomba.

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